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La Carta di cotone. Arte senza tempo.

carta di cotone

carta di cotone: come viene realizzata

 

 

Sì, non lo nascondo: amo follemente la carta di cotone, perché è un’Arte senza tempo!
L’amo per la sua texture, per il suo odore, per la sensazione tattile quando la sfioro, per il risultato grafico che restituisce a seconda dello strumento utilizzato e fra tutte le innumerevoli tipologie la carta di cotone è in assoluto quella che amo di più.

Se ci siamo incontrate personalmente, sicuramente ne ho parlato anche a te, oppure se mi conosci attraverso i social ( http://www.instagram.com/ikoiarte) sicuramente avrai letto che tutte le mie stampe vengono realizzate utilizzando questa carta.
Tu sai che cos’è la carta cotone?
Come viene fatta?


Oggi ti voglio raccontare proprio questa storia perché, secondo me, è importante tornare a dare il giusto valore alla bellezza e alla qualità!
Devi essere certa, ogni volta che tieni tra le mani una mia stampa, che la cura che metto in ognuna di loro, parte dalla scelta del supporto.
Il termine carta deriva dal latino CHARTA ed è sinonimo sia di foglio che del materiale con il quale è costruito.
In Occidente, per la sua realizzazione, venivano usati solo stracci di origine vegetale, come il cotone bianco o comunque di un colore leggero, mentre i tessuti colorati, i cordami, la seta e la lana (e a volte anche le reti da pesca) erano riservati alla carta di qualità inferiore.
La migliore era sicuramente quella ottenuta dagli stracci di lino bianchi.

Tutto questo materiale, dopo una prima cernita, veniva suddiviso per gradazione di colore, privato degli eventuali bottoni, cuciture metalliche e quant’altro e poi finalmente tagliato e battuto per eliminare il fango e la polvere.
Successivamente gli stracci venivano sgrassati e ammorbiditi, a volte usando anche la lisciva che contribuiva a sbiancare un po’ eventuali colori presenti (l’asciugatura al sole, accentuava ancora di più questo passaggio).

Dopo un ulteriore lavaggio, per eliminare anche le ultime tracce di lisciva, venivano tagliati in piccole strisce (operazione velocizzata, verso la metà del 600, con l’invenzione della “pila olandese” che altro non era se non un cilindro costituito da tante lamelle all’interno di una vasca di pietra, che sminuzzava i pezzi di stoffa).
Gli stracci poi venivano immersi nel MARCITOIO, una vasca piena d’acqua dove rimanevano dalle quattro alle sette settimane, a seconda della qualità di carta che si voleva produrre e della temperatura più o meno calda.
A questo punto gli stracci erano ridotti in una poltiglia e venivano inviati alla triturazione per separare le fibre ed essere trasformati così in pasta ( PESTO).
A secondo dei luoghi, per questa fase della fabbricazione della carta, venivano usati strumenti differenti: i Cinesi utilizzavano mortai a mano di legno; gli Arabi introdussero il FOLLO ( vasche di pietra, dette PILE con pestelli chiamati MAGLI, sempre azionati a mano.) Gli italiani dalla fine del Xlll secolo, introdussero la ruota idraulica per azionare i magli, nonché la chiodatura di questi.
Questi magli, che funzionarono fino alla metà del secolo scorso, erano costituiti da grosse mazze di legno che, per mezzo di un albero a camme, azionato da una ruota idraulica, battevano queste fibre immerse nelle Pile di legno o di pietra.
L’acqua che vi entrava, subiva un procedimento di purificazione, per evitare l’ingresso di impurità che potevano influire molto sulla qualità della carta.
La pasta ottenuta veniva immessa in un tino e diluita con acqua a seconda del tipo di carta che si desiderava ottenere, poi si passava alla formazione del foglio vero e proprio, grazie alla maestria del mastro cartaio.
Per la sua creazione, veniva utilizzato un telaio che trattenendo le fibre della pasta e filtrando l’acqua, formava il foglio di carta.
Dopo questa operazione, che era velocissima, il foglio così formato, veniva rovesciato su un feltro e coperto con un altro feltro ancora, pronto a ricevere il successivo foglio di carta..
La pila di carta e feltri così formata, veniva sottoposta a una pressione molto forte; questo passaggio era fondamentale per ridurre i tempi di asciugatura, ottenere fogli ben spianati, senza pieghe e macchie.
Una tavola inclinata accoglieva così i fogli liberati dai feltri, formando una così detta POSTA BIANCA.
Ogni 10-12 fogli venivano inseriti uno o due feltri, facendo poi pressione con le mani per evitare che i fogli scivolassero.
L’asciugatura era affidata a STENDITOI di corde, inizialmente di Canapa, dove venivano messi a mazzi di cinque o sei .
I locali adibiti a questa funzione, erano molto areati e disposti, solitamente, nella parte alta dell’edificio.
Questo tipo di asciugatura, fu un’innovazione tutta occidentale ma non sappiamo se veniva praticata prima del XV secolo; sappiamo solo con certezza che i cinesi e gli arabi asciugavano i fogli al sole, disponendoli su pannelli o su muri esposti al sole.
Molto probabilmente anche a Fabriano, come in altre città si continuò per un certo periodo, questo sistema.
Bisognò però aspettare la seconda metà del settecento per avere dei significativi miglioramenti anche in questa fase.
Miglioramenti che si ebbero ad opera dei francesi e degli olandesi che sostituirono le corde di canapa, che spesso macchiavano le carte, con corde di paglia palustre, più economiche, più durevoli e che non lasciavano macchie.
Ad asciugatura quasi ultimata, con ancora cioè un certo grado di umidità, si preparava la carta per la fase successiva: la collatura.
Grazie a questo procedimento, la carta risultava meno permeabile all’inchiostro che, in questo modo, non si spandeva sul foglio.
Questo passaggio avveniva per la carta da scrittura ma non per quella da stampa e da disegno con matita.
I cinesi, gli arabi e, nei primi tempi anche le cartiere occidentali erano soliti usare sostanze amidacee come sostanza collosa (farine raffinate per la maggior parte delle volte).
Fu solo intorno al 1337 che a Fabriano si iniziò a sostituire la colla vegetale con la gelatina animale derivata dal carniccio delle pelli, questo perché la carta così trattata, aveva meno possibilità di essere attaccata dalle muffe poiché meno permeabile all’umidità.
La colla veniva applicata sui fogli in un apposito tino, dove veniva diluita con acqua e tenuta ad una temperatura di circa 35 gradi.
La gelatina in questo modo, non penetrava però all’interno delle fibre della carta, bastava quindi una leggera abrasione per rendere la carta nuovamente assorbente.
Per eliminare questo problema, nella prima metà del seicento, si cominciò ad aggiungere alla gelatina, una certa quantità di allume (solfato di alluminio e potassio) che diminuiva la solubilità della colla e forniva una maggiore impermeabilizzazione del foglio grazie ad un legame più forte delle fibre.
A volte veniva aggiunto anche una piccola quantità di solfato di ferro (vetriolo verde) che in alcune cartiere, sostituì completamente l’allume.
Per ultimo, il foglio veniva lisciato.
Si passò dalle pietre di selce a denti di animali, stecche d’osso o altro; epoche, luoghi e metodi di lavorazione differenti, hanno dato vita all’utilizzo di strumenti differenti.
Solo alla fine del seicento si incominciò a fare largo uso di un cilindro meccanico che permetteva una forte lisciatura in tempi brevi; fino a giungere alla così detta “lisciatura alla francese” (benché, con ogni probabilità fu un metodo introdotto in Olanda) il quale prevedeva l’utilizzo di due cilindri, come in un laminatoio, in mezzo ai quali passava il foglio di carta.
Terminata anche quest’ultima fase, non rimaneva altro da fare che separare i fogli difettosi, formando risme di carte di prima e seconda scelta.
Come avrai capito, ogni singolo foglio porta con sé una lunga storia fatta di tradizione e maestria, per questo ognuno di loro non può essere considerato “solo un pezzo carta” ma il testimone secolare di un’ Arte che deve essere tramandata e rimanere viva.
Nelle stampe che realizzo uso solo questa tipologia di carta.
Vuoi vederle?
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http://linktr.ee/ikoiarte

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Elena Fodera
Elena Fodera
Sono stampatrice d’arte, amante degli inchiostri, dei colori, delle antiche ricette d’arte e anche del cioccolato. Incido e stampo matrici ottenute dal legno, dal rame e dallo zinco attraverso tecniche che risalgono al ‘400 ed alla pressione di un torchio calcografico che si chiama Ernesto.

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