
Cos’è il Linoleum?
20 Ottobre 2022
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18 Dicembre 2024Il segno prima dell’immagine
Quando osservo chi si avvicina per la prima volta all’incisione, noto sempre la stessa cosa: l’attenzione è rivolta all’immagine. Guardano il soggetto che vogliono ottenere, la lastra che hanno davanti, lo strumento che stanno imparando a usare, la carta, l’inchiostro, il torchio. Ogni gesto è orientato verso il risultato finale: la stampa.
Ed è giusto che sia così.
Quando si entra in una tecnica nuova, la mente ha bisogno di appigli concreti. Bisogna capire come va tenuta una punta, come risponde la matrice, che cosa succede se si preme troppo o troppo poco, perché un segno sulla lastra diventa un segno sulla carta e perché l’inchiostro resta dentro un solco e non altrove. All’inizio si è concentrati sul fare, sul non sbagliare, sul tenere assieme tutti i passaggi. È come imparare una lingua di cui non si conoscono ancora bene le parole.
Poi, con il tempo, succede qualcosa di diverso: lo sguardo cambia. L’immagine continua a esistere, naturalmente, ma smette di essere la sola cosa importante. A un certo punto non si guarda più soltanto un volto, una pianta, una montagna o una figura, ma si comincia a vedere l’intreccio di segni che costruisce quell’immagine. Si vedono le linee fitte e quelle rade, i punti in cui la mano ha esitato, le zone in cui il segno si è fatto più deciso, le superfici in cui l’acido ha lavorato più a lungo e i passaggi dove l’inchiostro si è depositato in modo diverso.
L’incisore acquisisce con la pratica la capacità di ragionare per segni. E ti dirò di più: inizia a osservare anche il mondo esterno così.
Credo che questo sia uno dei momenti più belli dell’apprendimento: quando l’immagine non scompare ma si rivela, quando non viene meno ma si apre. Non la si guarda più come una cosa unica e compatta, ma come un organismo fatto di tracce, respiri, densità e direzioni. Chi osserva una stampa da fuori vede il risultato; chi incide comincia a vedere il linguaggio che quel risultato ha reso possibile. E spesso, almeno per me, è lì che nasce l’innamoramento vero.
Quando prendo il lentino conta-fili e lo appoggio su una stampa o su una lastra, compio sì un gesto tecnico per osservare più da vicino il risultato, ma è anche un modo per entrare dentro quello che sto guardando da un punto di vista differente. Attraverso quella piccola lente, l’immagine nella sua totalità si allontana. Non osservo più una pianta, un paesaggio, un volto. Osservo il singolo segno.
Un solco.
Una morsura.
Una piccola zona di metallo che ha raccolto la pressione della mano e poi l’inchiostro.
Lì dentro, in quello spazio minuscolo, si apre un mondo. La superficie non è più liscia, non è più un semplice supporto, ma diventa terreno. Si apre improvvisamente in rilievi, cavità, sentieri e crateri incisi dall’acido. Una sorta di geografia spaziale che ho il privilegio di poter osservare ed esplorare.
Questa cosa mi emoziona particolarmente perché, in qualche modo, mi ricorda i semi.
Se ci pensi bene, la bellezza di una pianta non è soltanto nel fiore, nella foglia o nel ramo che si apre verso la luce. La sua bellezza più misteriosa è nel seme, perché lì dentro c’è già tutto: una forma che non si vede ancora, una direzione, una possibilità, il potenziale di qualcosa che deve ancora manifestarsi. Il seme è piccolo, spesso quasi trascurabile agli occhi di chi guarda in fretta, ma contiene una forza silenziosa. Una forza che non mostra tutto e proprio per questo custodisce tutto.
Il segno inciso io lo vedo allo stesso modo: dentro un solo segno c’è già una parte dell’immagine che verrà. C’è il gesto che lo ha generato, la pressione della mano, il tempo dell’acido, la resistenza della matrice, la quantità di inchiostro che riuscirà a trattenere. Il segno è il seme grafico.
Piccolo, essenziale, apparentemente minimo. Eppure da lì può nascere un’immagine intera.
Quando osservo un segno con il lentino, non sto solo cercando di capire se è venuto bene. Sto osservando il punto in cui il pensiero si è trasformato in materia. Perché ogni segno inciso è una decisione. Anche quando sembra istintivo, anche quando nasce da un gesto rapido, porta con sé una direzione.
Dice qualcosa del modo in cui la mano ha incontrato la lastra. Racconta una scelta, una tensione, una presenza.
Osservare un segno, quindi, è come osservare un pensiero inciso.
In un tempo in cui siamo abituati a guardare tutto velocemente, l’incisione chiede di rallentare lo sguardo, di entrare nel dettaglio, di accorgersi che il risultato non nasce tutto assieme ma da una somma di gesti, di pensieri, di decisioni.
Ti obbliga a fare il contrario: ti porta vicino, ti chiede di osservare meglio e ti insegna che una superficie può contenere profondità, che un solo segno può reggere un’intera emozione, che una stampa non è solo ciò che appare sul foglio ma anche tutto ciò che è accaduto prima: la mano, il metallo, l’acido, l’inchiostro, l’attesa, il torchio.
Forse è per questo che amo tanto l’incisione. Perché mi ricorda continuamente che le immagini non nascono mai dal nulla. Nascono da piccoli segni, da semi nascosti, da pensieri che trovano una forma nella materia.
E più passa il tempo, più mi accorgo che il mio sguardo torna sempre lì: non solo all’immagine finita, ma al punto minuscolo in cui tutto comincia.
L’immagine è ciò che si mostra.
Il segno è ciò che la rende possibile.
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